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CLAUDIO OLIVIERI E IL SUO ACTUS LUCIS: UN INTERMINABILE LUMINOSO LUNGO ABBRACCIO (seconda parte)

pubblicato il 20 Marzo 2018

Ma chi è veramente Claudio Olivieri?

A questa domanda – che a molti potrebbe risultare scontata – cercherò di restituirne un ritratto limpido e penetrante dell’uomo e dell’artista; e io che ho avuto e che attualmente ho la fortuna di frequentare la sua persona tenterò, con chiara scrupolosità, di disegnarne la straordinaria figura che rappresenta e che ha sempre rappresentato per l’arte del secondo Novecento italiano e internazionale, e per me in particolare.

Olivieri è semplicemente un uomo vero che ha scelto, con tutte le sue immani difficoltà, di essere un pittore, un pittore libero respirante libertà: un grande pittore e un osservatore sensibilmente miracoloso.

Quando si legge la sua autobiografia il pittore non parla di successi personali, di mostre nazionali e internazionali come quella importante di Documenta a Kassel nel 1977, di Quadriennali, di Triennali, di Biennali, ma, al contrario, parla del padre, per lui senz’altro una figura mitica; parla della madre e del suo luogo d’origine “nel cuore antico15 di Mantova per lui una “città così particolare, chiusa dai suoi laghi, anch’essa allora silenziosa e raccolta16; parla del suo primo sguardo dentro e verso “un mondo17 sconosciuto “quasi senza rumori18, e confida a noi la visione quasi reale di “paesaggi profondi19 e di “rare luci nella notte20 e “voci dagli accenti che mutavano mentre risalivamo verso nord21; paesaggi sconosciuti che il pittore, nato a Roma nel 1934, ricorda durante il suo viaggio da sfollato verso la città di Mantova, assieme ai propri familiari; inoltre, in quel passato, per lui non così lontano, rammenta “i cinque anni della guerra […], le fughe nei rifugi […] le campagne quasi deserte, le paure e la confidenza con il pericolo […], le sirene e i lampi della contraerea, le notti cieche, i camion dei tedeschi e quel giorno in cui, sulla mia bicicletta, mi son visto venire incontro quaranta Panzer diretti verso il fronte, dove la loro mostruosa potenza si sarebbe dissolta22; poi a guerra finita nella “normalità ritrovata23 e immerso in “una natura ancora intatta24 racconta la sua personale “rivelazione dell’Arte25 della “cultura26 degli “incontri27 degli “anni del fervore28 e delle “polemiche29; Olivieri era già consapevole “di come agli artisti venisse riservato un ruolo sempre più marginale30 e “di come le opere siano diventate sempre più accessorie al progetto sistematore di quella cosa che io non riesco più a chiamare critica31 questo per il “prevalere32 arrogante della “funzione degli organizzatori33; Olivieri con la sua lucida e tagliente realtà afferma che l’Italia nel corso degli anni è diventata “sempre più dipendente, sempre più subordinata ad un modello prevaricatore che si spaccia per assoluto ciò che è solo convenzionale”34 continuando a scrivere rattristandosi per “il declino della sua Milano35 e della “perdita del suo spirito curioso, avventuroso, solidale, per far posto al deserto modaiolo di oggi36. Olivieri prosegue rivelando al mondo la solitudine dell’artista nel proprio studio, mentre osservando i suoi dipinti riflette sulle sue apparizioni: “Io sto nello studio e mi domando da dove vengano queste ombre colorate che ogni tanto accendono la mia mente, cosa mi spinge a tentare di dare forma e pienezza a ciò che a volte temo che sia un puro fantasma37: ed è proprio della sua phantasmata miracolosa visione che tratterò.

Egli afferma, inoltre, l’importanza del valore del nascosto e del non visibile: quella straordinaria apparizione nata e vissuta un giorno a Olimpia quando “Prassitele mi fece capire che la luce non si posa sul mondo ma lo rivela fondandolo38; ed è proprio da quel giorno che Olivieri insegue quell’insolito e singolare “Bagliore39, cercando quotidianamente di afferrarlo (note: 15 – 39: Catalogo, Claudio Olivieri, l’urgenza di accadere, ed. Ferrarin incontri d’arte, Legnago (VR), cit., pp. 77 - 79). Tutto questo in solitudine e con fatica tra la storia di una società post-industriale, post-atomica, post-materica, scientifica fino al collasso, e post-mitica, oggi fortemente liberal-capitalistica e liberal-globalista fino all’eccesso, che detestava e che ancora oggi detesta la vera arte come momento altrimenti: come un pensare altro differente dallo status quo che impera, sorveglia e distrugge: una pittura considerata morta dai più.

Io penso che non sia la pittura a esser morta, deceduta, ma i fautori di tale asserzione: la temporalità dello status quo contro la atemporalità del puro pensiero; un’arte libera da schemi precostituiti e libera da ogni estetica contro un’arte al servizio del potere, del denaro, del tempo presente, sempre presente: mortalmente presente. Ed è proprio per questo che Claudio Olivieri, al contrario, in segretezza, fuori dall’assordante brusio nietzschianamente nichilista e dilagante e melmoso della contemporaneità, ha continuato a rivelare costantemente l’aspetto più nascosto della vita, attraverso una nuova e silenziosa visione dello splendido abisso evanescente e inafferrabile che è la ricerca della conoscenza del . Sì, perché attraverso l’Arte si può riscoprire e forgiare una nuova “coscienza poetica e filosofica”; si può educare e istruire il proprio corpo e la propria anima attraverso una nuova visione, come quella estasiante apparizione concentrata, profonda e silenziosa che possiamo ritrovare sempre nei suoi dipinti.

Perché osservando e desiderando con la mente questo luogo irraggiungibile che il pittore, come un temerario, ha sempre tentato di dipingere, sempre tentato di mostrare all’osservatore “sensibile”, il chiarore-frammento del mondo, e non un banale espediente; non uno stratagemma quindi ma, al contrario, un diffuso barlume aureo di luce e di speranza, quell’incantata visione silenziosa dell’Eterno: là, in quel luogo ameno, dove la volta celeste del tempo immortale si espande e dove tutto diventa possibile. Perché attraverso la realizzazione viva di un’opera d’arte che Marcel Proust nella Recherche evidenzia il raggiungimento della “Bellezza40; lo scrittore spiega che è proprio con l’arte che si raggiunge il “tempo perduto41, il “senso perduto42, o meglio lo spingersi verso “l’Eternità e il Senso43, salvando in questo modo la primaria divina perfezione e l’istante della nostra esistenza (note: 40 – 43: Cfr., giuseppe di giacomo, introduzione, in: Malevič, Pittura e filosofia dall’Astrattismo al Minimalismo, Carocci editore, Roma, 2014, p. 11).

Per questo le apparizioni di Olivieri hanno il potere di far sprofondare ogni singola visione nell’abisso: perché precipitando nel suo atomizzante, vaporizzante e plasmato vuoto cosmico che tutti noi avremo la possibilità di purificarci e di raggiungere la dimensione del Sublime: e chi avrà l’opportunità di inoltrarsi nel profondo dello spazio visivo da lui rivelato si potrà sentire nuovo, trasformato e rinnovato, come Ishmael di Melville che prese il largo per il mare: perché come afferma Adorno cogliendo il movimento celato e nascosto delle opere si potrà percepire lo “spirito oggettivo44 e tangibile dell’epoca in cui si vive (Ivi, p. 18).

Ed è proprio attraverso questa sua silenziosa, meditativa e coraggiosa azione, in assenza ma con essenza, che il pittore ha sempre cercato di afferrare l’ignoto assegnandogli un volto, un volto che ha l’aspetto di una fiamma vibrante che plasma e avvolge: una soggettiva fiamma spirituale, ma anche oggettiva, che continuerà ad ardere dentro per l’Eternità. Sì, perché Olivieri in silenzio, come un poeta-monaco, ha tratto fuori dall’invisibile il visibile, rispetto all’incerta visione macabra contemporanea e per antitesi assolutamente pragmatica della società transitoria.

Ed è qui che il pittore, edificando la sospensione del tempo – ed è per questo che i suoi dipinti dichiarano atemporalmente sempre qualcosa – ha dichiarato l’Eterno, rispetto a una società massificata, massificante, globalizzata e cieca che ignora la visione; una societas che in primis esclude non includendo, al contrario, l’aspetto più poetico e filosofico della vita: perché la sua Arte è l’apparizione di una novella storia e di una sublime realtà che ci sorprende sempre; un’Arte atemporale che, sospendendo il tempo presente, si apre alla storia e al percorso storico infinito dell’uomo; un’Arte che respira, che pulsa, che getta le braccia all’anima dell’osservatore, che racchiude; un’Arte che include tutta la visione di Dio: perché l’Arte che egli crea e ha creato è lo sguardo di Dio sull’uomo.

 

J. Córdova

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