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CLAUDIO OLIVIERI E IL SUO ACTUS LUCIS: UN INTERMINABILE LUMINOSO LUNGO ABBRACCIO (terza parte)

pubblicato il 06 Aprile 2018

Nell’opera del pittore Claudio Olivieri non c’è tempo per mentire. Egli non altera la realtà, non la deforma, non dice il falso, ma le sue immagini, al contrario, si rivelano, come egli stesso afferma, “fondandosi e fondendosi45 perennemente con la luce e lo sguardo spirituale degli uomini (nota: 45: memorie/diario: conversazione privata fra il sottoscritto e il pittore Claudio Olivieri, 2011 – 2018).

Ed è proprio per questa ragione che davanti ai suoi dipinti si ha l’impressione di essere di fronte a un luogo già conosciuto: tuttavia, un luogo che la nostra mente ha smarrito: perché traviata, probabilmente, dalla pesante routiniana quotidianità; o come spazio-ricordo-memoria, forse, alloggiato, nell’oblivione del proprio intelletto, della propria ragione. Il mondo vibrante e poetico del pittore si rivela, là, nella pura visione di uno sguardo incorrotto, attraverso una lenta e pretenziosa esplorazione di ogni singolo dipinto, come in un viaggio.

E seguendo l’istinto del nostro sguardo che, con un’anima aperta ed estesa, ogni singolo dipinto di Olivieri si rivela rivelandoci il mondo: un altro mondo, un’altra dimensione, un’altra estensione; non un accorciamento, ma sviluppo, espansione di una lunghezza che va oltre la profondità materiale: oltre la dimensione, oltre la misura, oltre lo spazio conosciuto, oltre la storia passata e recente pur rivelandole pienamente: perché la sua opera non è semplicemente storicistica bensì leggendaria, mitica. Olivieri afferma: “Considerata in essenza la pittura non è partecipe della storia: infatti essa non è percorso ma origine46 (nota: 46: claudio olivieri, Del resto, collana II, a cura di Silvia Zancanella, ed. Linea d’Ombra Libri, Conegliano, 2001, cit., p. 34). Questo lo dimostrano anche i suoi titoli, titoli non distanti e non separati, ma assomiglianti, affini, partecipi e coinvolti nella creazione dell’opera: Magnum del 1973; Effemeridi del 1976; Doriphorus ed Egea del 1978; Gandharva del 1981; Taurasi del 1984; Hyperione del 1986; Prometeus del 1995; Gilgamesh del 2000; Orione del 2001; Verso Alcyna, A Canossa e Taumaturgo del 2002; Erewhon del 2007; Caronte piccolo del 2008, e altri ancora più recenti.

Questi titoli nel corso del loro tempo pittorico ce lo dimostreranno sempre pienamente: perché essi sono i nostri miti e i nostri luoghi segreti e intimi. Tutti i dipinti e i loro titoli, nel progetto lirico di Claudio Olivieri, hanno chiaramente un forte messaggio etico, poetico e non ultimo filosofico: perché come il “filo d’Arianna”, dialoganti, da sempre, con la classicità greca e latina, segnano, oggi, nel presente, e continueranno nel futuro a segnare immanentemente, sempre, un cammino estremamente luminoso: un passaggio, l’alternativa; un potente antidoto che può consentirci di varcare la soglia dell’invisibile: insomma una fuga da una realtà pragmatica che, quasi sempre ostile all’argonauta visionario e alla ricerca del suo vello d’oro, può ri-costruire una nuova visione poetica per un mondo nuovo. L’incontro con l’opera di Olivieri è un oltrepasso verso quella dimensione Sublime che si muove al di sopra delle nostre teste.

Arte per Olivieri è profonda visione, dilagante respiro che contiene e contenendo rivela uno spazio senza tempo: una dimensione spaziale forse già conosciuta, senza distanze e visioni copernicane, ormai da secoli, galilenianamente acquisiste, dimostrate. Il suo atemporale e attualissimo gesto luciferico “actus lucis” – che il pittore ha reso visibile – si colloca quindi oltre il pensiero, là, fra la Natura Naturans (o “Natura Naturante”) e la Natura Naturata: la dimensione che divide il pensiero esistente di Dio dal mondo, secondo il filosofo olandese, pre-illuminista, Baruch Spinoza (1632 - 1677) nella sua Etica (pubblicata postuma per la prima volta nel 1677). La prima dimensione designa la causa prima per mezzo della quale la totalità dell’universo sussiste ancora oggi; la seconda individua complessivamente le varie conseguenze che da quella prima causa si fanno reali e immanenti (qui cfr., B. Spinoza, Etica e Trattato teologico-politico, UTET, Torino, 1988, pp. 112 - 113). Tra di esse, cioè fra quelle due dimensioni, si colloca una dimensione intesa come invisibile e infinita che, attraverso l’azione dell’Arte e quindi dell’artista, si fa, successivamente, immanentemente reale, e percepita inoltre come assolutezza teleologica e ontologica: ossia conoscenza del pensiero e dell’essere in sé. Ed è proprio nei suoi dipinti che, il pittore, ci concede di osservare l’origine del pensiero, pensiero che è proprio all’origine dell’azione divina. Ed è così che il suo lavoro è stato il punto di partenza per costruire tutta la sua vita: vita di poeta del nuovo e ignoto colore, di uomo, di artista, di scrittore e di intellettuale: perché, all’interno di questo avanzamento di intensa attività, la Natura – non ritenuta una cosa immobile – è continuamente il punto di origine e la meta per ogni attività umana.

Un miracolo quindi che trova la sua dimensione iniziale e mentale tra lo spazio invisibile della Natura Naturans e quello visibile della Natura Naturata: cioè quella intangibile invisibile essenza che, attraverso l’azione pura del pensiero, diventa immagine visibile, reale, tangibile e quindi immanente. Tutto ciò comunque fuori dagli schemi predeterminati e preconfezionati, figli della spicciola selezionata temporale cultura, quella che all’istante seduce e illumina e in un secondo momento deprime e oscura: perché niente di tutto ciò deprimente fa parte del suo mondo; ed è proprio il suo essere uomo vero, artista sincero e puro che ha reso possibile questo miracolo poetico oggi molto raro, anzi rarissimo.

Osservare i suoi piccoli e immensi dipinti, nell’immenso spazio meta-reale del suo studio, illuminati da una strana luce – luce che si rivela attraverso le sue opere, luce che nel suo spazio diventa altro – per me è stato ed è tuttora un miracolo, un miracolo che ha fatto del mio vedere un nuovo vedere, una nuova e “miracolosa” visione. Non c’è niente di nostalgico nel suo lavoro; tutta la sua arte dialoga col futuro, pur avendo origini lontane. I suoi neri dipinti di luce, i suoi vibranti viola liberati dal peso della materia vulcanica, immateriali –  come i suoi rossi intensi, mai saturi ma altro, come Rosso e ombra del 2011 – i suoi arieggianti e ipnotici azzurri, i suoi blu oltremare, i suoi infuocati gialli di cromo, le sue infinite testimonianze di luce e di profondità celestiali – come visioni dantesche – le infinite carezze soffiate, e ulteriori profonde espansioni liriche alchemiche del colore, hanno intensamente – questo sempre attraverso una pretenziosa illuminazione – mostrato o meglio rivelato l’assenza di peso e l’astrattezza dello spirito, dell’anima, della forma mentis fatte immagini. La staticità apparente dei suoi dipinti rende plastica la mente dell’osservatore: un’arte plasmica che, parafrasando le parole del pittore Barnett Newman, agisce – tramite, una luce interiore, il soggetto (ossia la sua essenza) – sull’osservatore, liberandolo oltreché dalla sensuale presenza dell’oggetto dipinto dalla sua opulenza visiva (consiglio al lettore di approfondire il capitolo L’immagine plasmica in: Barnett Newman, Il sublime adesso, Abscondita (Miniature .79.), Milano, 2010).

È qui che costantemente si avverte un profondo bisogno di dialogo: un dialogo plasmico quindi tra l’uomo e l’opera: un locus novus che possa permettere a una mente aperta, profonda e leopardianamente dubbiosa di esistere e di muovere i primi passi verso il futuro, verso un nuovo senso di Natura e di Storia. Olivieri affronta l’illuminazione spirituale e materiale fondendone le parti, e per citare le sue parole “Un’illuminazione dovrebbe cercare l’incontro con la luce interna, affinché i dipinti diventino suoi compagni, perché si rivelino anziché essere solo visti47.

Qui il colore partecipa intensamente al suo progetto: un progetto per un’umanità nuova e fiammeggiante; un’idea sana che, liberata dal peso oppressivo della soporifera oggettività, ci rende tutti più salvi (nota: 47: Catalogo: Claudio Olivieri, l’urgenza di accadere, ed. Ferrarin incontri d’arte, Legnago (VR), cit., p. 40).

Ed è per questo che l’Arte e la profonda annunciazione messianica della sua sintesi creativa non vuole essere frattura tra l’artista e la società, tra la cultura alta e la cultura bassa, insomma uno iato esistente ed evidente tra queste due realtà; non un’immobilità, ma al contrario vuole e deve essere espansiva, aiutando l’osservatore a respirare un’aria nuova, a osservare un’inattesa immagine.

 

J. Córdova

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