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DRAGHI, GRILLO, RENZI: DOVETE DARE LAVORO, NON MANCE

di Alessandro Montanari

La nostra Costituzione, nella sua inequivocabile chiarezza, non lascia margini di dubbio: “l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. C'è la rappresentazione della solidità nella scelta di questo verbo, familiare al grande architetto così come al più umile dei muratori. L'Italia, ci dicono in realtà i padri costituenti, è una Repubblica democratica perché e fino a quando si fonda sul lavoro. Senza il lavoro, insomma, non si regge la Repubblica e vacilla la democrazia.

Richiamo l'articolo 1 - che peraltro pone anche il secondo pilastro, del tutto dimenticato, della sovranità popolare - perché sono ormai persuaso che ci stiano lanciando a tutta velocità verso un baratro antropologico che prevede il superamento, a mio giudizio suicida, del lavoro.

Il problema a monte, come noto, è la robotizzazione. Assistite dall'informatica, meccanica ed elettronica sono ormai in grado di automatizzare quasi tutti i processi produttivi, rendendo superflui - non perché inutili ma perché più costosi - gli esseri umani. L'università di Oxford prevede che in una decina d'anni, o al più tardi un ventennio, l'automazione sostituirà almeno il 50 per cento della forza lavoro. Siccome però l'innovazione tecnologica alimenta in modo più che proporzionale altra innovazione tecnologica, c'è anche chi afferma che il tasso di sostituzione possa salire addirittura fino all'80 per cento. Obbiettivo: avere più prodotti, a prezzi più bassi, con meno fatica umana e con tanto tempo libero in più. Benissimo, ma che ne sarà dei lavoratori sostituiti dai robot? Come si guadagneranno da vivere? Con che denaro acquisteranno una casa o si cureranno una malattia o faranno studiare i propri figli?

Di fronte a questi inquietanti interrogativi, capaci di turbare il sonno di chiunque di noi, le istituzioni economiche e politiche forniscono risposte che comunicano rassegnazione, quando non addirittura adesione a questa nuova mirabolante fase del capitalismo globale. Come se di “danni collaterali” non ce ne fossero.

Rassicurando i mercati, la sola entità della quale sembri preoccuparsi, sulla prosecuzione del Quantitative Easing, Mario Draghi ha pronunciato, nel silenzio generale, le seguenti illuminanti parole: “Il nostro mandato – ha detto il presidente della Banca Centrale Europea – non è né la crescita né l'occupazione, ma la stabilità dei prezzi”.

L'uomo al quale gli Stati nazionali europei hanno devoluto il controllo della leva monetaria, che nella teoria keynesiana può e deve perseguire il fine primario di creare lavoro, ce lo dice dunque chiaro e tondo: l'occupazione non è un obbiettivo. Diciamola tutta. Non è che non sia un obbiettivo per Draghi; non è un obbiettivo per la Bce che nel proprio statuto non considera il lavoro fondamentale come lo considera invece la Costituzione italiana. Ma delle due, l'una.

Se l'economia reale e l'economia finanziaria stanno già celebrando il funerale del lavoro, compito della politica sarebbe infatti quello di rovesciare il tavolo e consegnare ai disoccupati una prospettiva realistica e combattiva. Invece no. Le proposte formulate dalla sinistra governativa e dall'opposizione grillina, reddito di inclusione “contro” reddito di cittadinanza, suonano in effetti come modi diversi per dire la stessa cosa: ai cittadini non si può più garantire un lavoro, ma solo soldi, o meglio mance, per arrivare a fine mese.

Credo che questo modo di pensare il futuro sia disastroso e che ci presenterà il conto in tutti i campi. Danneggerà l'economia, perché cittadini che non possono spendere non comprano e i mercati di sbocco prima o poi finiscono. Devasterà la politica, perché, se si uccide il diritto al lavoro, si condannano a morte certa anche i doveri dei cittadini. Sotto il peso della disuguaglianza, infine, crollerà anche quell'edificio di convivenza sociale, sebbene già suddiviso in monolocali, bilocali ed attici, che i costituenti democristiani, comunisti, socialisti e liberali cementarono col solo collante possibile del lavoro.

Il lavoro, del resto, è ciò che ci identifica come esseri umani. Fateci caso: la prima cosa che diciamo o chiediamo per identificare una persona, di solito, è che mestiere fa. “Chi?” “Il dentista, il medico, l'idraulico...”. Il nostro lavoro è il nostro ruolo nel mondo: non importa quale sia, l'importante è averne uno. E' una cosa così fondamentale, questa, e per capirla meglio bisogna forse imparare dai bambini per i quali tra un muratore e un architetto non ci sono differenze perché entrambi, per vivere, “fanno le case”. Tutti utili, ognuno indispensabile. Magari non è vero, ma è così che abbiamo bisogno di percepirci perché poi è questo che dà senso e sostanza anche a tutto ciò che possiamo comprare: la moneta di scambio del sudore.

Continuo coi bambini, che per me sono dei maestri di vita. Ogni genitore, prima o poi, si è sentito fare questa domanda con quel piglio risoluto che hanno i bambini quando, improvvisamente, vogliono capire le cose: “Papà, ma tu che lavoro fai?”. Penso che sia così che un figlio cominci a rispettare un genitore: vedendolo lavorare e sospettando che lo faccia per lui.

Ecco perché la Repubblica si fonda sul lavoro, come diritto e come dovere. Perché il lavoro sviluppa l'autonomia e l'etica. Insegna la fatica e la responsabilità. Stimola la creatività e la solidarietà. Coniuga il progresso e la conservazione. Perché il lavoro, in definitiva, è ciò che fa di un suddito un uomo. E, di un uomo, un cittadino.

A. Montanari
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