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Marco Piemonte, ideatore di Greenden: “un progetto pilota per portare avanti la rivoluzione gentile”

pubblicato il 13 Febbraio 2018

Quattro anni fa, un incontro tra due persone che provenivano da due mondi totalmente diversi: professionista nel settore del potenziamento energetico uno, professionista nello sport l’altro. Proprio da questa amicizia è nato un progetto, poi sviluppatosi in Greenden, una società made in Italy creata all’inizio dello scorso anno dalla convergenza di visioni di Marco Piemonte e Stefano Lombardi e che tenta di dare risposte ai quesiti posti non solo dalla comunità europea, ma anche dal G20.

Marco Piemonte, ci racconti come è nato questo progetto.
La Società nasce da un’opportunità: Stefano un giorno mi chiamò dicendomi che ci sarebbe stata la possibilità di conoscere persone interessate a progetti innovativi. In quel periodo, infatti, stavo cercando di capire come funzionassero i finanziamenti messi a disposizione per le imprese da parte dell’Unione Europea. La mia esperienza nel campo sia dell’edilizia che delle energie rinnovabili riceveva sistematicamente pessimismo e perplessità da parte di potenziali investitori per sviluppare al meglio le proprie aziende: motivo, questo, per il quale stavo studiando varie opportunità tramite la richiesta dei fondi europei. Mi sono accorto che gli imprenditori, soprattutto quelli legati al mondo dell’agricoltura e dell’allevamento, erano scettici nei confronti delle istituzioni e dei finanziamenti europei. Ho capito così che mancava un anello fondamentale nella catena, in particolar modo per ciò che riguardava l’agricoltura: e questo anello era il progetto vero e proprio, passando anzitutto per l’innovazione e per le richieste di finanziamenti.

E poi?
Ho iniziato così a guardarmi intorno, dando un’occhiata anche ai progetti Horizon, dunque transfrontalieri, ma riflettendo sulle opportunità e su ciò che poteva essere fatto per la mia regione, il Friuli Venezia Giulia. Qui, infatti, uno dei problemi maggiori consiste nella difficoltà a far conoscere ai turisti, principalmente, le aziende del territorio. In altre parole, si ha un decentramento delle aziende rispetto al turismo. Tutto è partito dall’idea della pista ciclabile in grado di creare un indoor per il turismo ecosostenibile, cioè attraversare un percorso per vedere qualcosa che la città non espone manifestamente.

E così nasce Greenden Road…
Sì. È una strada interattiva a carbon neutral, in cui cioè non ci si interfaccia con strade statali, ma si sfruttano i beni del nostro Paese e soprattutto della mia regione, creando così una sorta di percorso alternativo rispetto a quelli urbani. In questo modo, ragionando anche sulla domanda del turismo, sono state intercettate tutte quelle aziende che altrimenti sarebbero rimaste sconosciute ai turisti. Il progetto demo coprirà inizialmente una distanza pari a circa 40 km.

Poi c’è stato l’incontro con Tommaso Gecchelin…
Si, lui è l’ideatore di Next Future Transportation: ho iniziato così ad avvicinarmi all’idea della “smart city”.

Una delle sei aree tematiche di sviluppo della vostra società è Greenden Fort: può essere considerato un tentativo di recupero di una forma di comunità, però altamente tecnologizzata?
Greenden Fort è il cuore della cittadella, interamente costruita secondo i principi della bioedilizia, ed è composto dal centro congressi, la zona ricettiva, i ristoranti, le aree commerciali, la reception, una roomlive interattiva e il laboratorio per le tecnologie innovative a disposizione delle aziende locali. L’idea parte proprio da questo tentativo di recupero: in Friuli c’è una enorme quantità di siti – urbani, archeologici ed anche agricoli – in quasi totale stato di abbandono. Lo stesso si sta verificando per ciò che riguarda interi comuni montani, che si stanno spopolando perché i residenti hanno scelto di spostarsi nei grandi centri abitati di pianura o addirittura nelle città, cercando opportunità lavorative e di sviluppo imprenditoriale. 

Qual è uno degli obiettivi di Greenden?
Questo progetto può riuscire a compiere quella che a me piace chiamare “rivoluzione gentile”: purtroppo, sempre di più, troviamo nei nostri cibi tracce di diserbante o di sostanze come il ddt; d’altra parte, il bio sta crescendo velocemente: nello scorso anno si è avuto un 17% di richiesta in più. Ma anche il bio sta scomparendo, perché i grossi marchi tendono a classificare i propri prodotti come “bio”, anche quando di bio c’è in realtà molto poco.

In che senso?
In questo momento la terra ha un ritardo produttivo di circa un anno e mezzo, perché manca dei minerali e di quelle caratteristiche volte a far sì che essa possa rigenerarsi il prima possibile. In sostanza, Greenden, a differenza di altri progetti per lo sviluppo ha anche come obiettivo quello di creare una sorta di dna del prodotto: renderlo cioè trasparente al di là di una etichetta. Stiamo creando una piattaforma in grado di fornire reali risposte all’utente, primariamente tramite un’affiliazione a km 0, coinvolgendo cioè le aziende agricole del territorio nel mettersi in contatto con gli esercenti. Lo scopo è quello di creare un servizio “umano” che possa portare il welfare all’interno della regione.

Poi il progetto andrà avanti in forma scalabile…
Esattamente, portando un prodotto made in Italy che non perda la sua origine e trasparenza al di fuori dei confini nazionali. Vogliamo dare uno storyboard al prodotto, qualcosa cioè che rimanga per sempre, una tracciabilità che non si potrà modificare.

Cosa ha in mente Greenden per il prossimo futuro?
Creare delle cittadelle che siano a disposizione non solo dei residenti, ma anche dei turisti, in modo da realizzare eventi ed attività didattiche per offrire possibilità ai giovani: le Greenden Fort potrebbero diventare dei veri e propri centri di incontro. Attualmente, l’età media degli agricoltori italiani è di 65 anni, ma ci sarà presto un ricambio generazionale al quale bisognerà essere pronti: ovvieremo a questo problema attraverso l’interazione di un tutor a disposizione delle aziende agricole, per comunicare direttamente con l’utente. Perché la tecnologia sta avanzando a ritmi davvero velocissimi. Greenden sarà un collettore in grado di dare una vision sull’innovazione biotech in agricoltura, ma soprattutto risponderà ai quasi 13 milioni di morti che si registrano ogni anno a causa delle fibre sottili, 220.000 morti in Europa per fitofarmaci di cui 64.000 solo in Italia. Uno dei motivi per il quale è stato sviluppato il progetto è, infatti, il tentativo di diminuire la correlazione tra pesticidi e sterilità maschile.

Cioè?
Sempre di più si registrano coppie in difficoltà di procreazione e nascite premature: tutto questo è strettamente connesso all’alimentazione. I diserbanti che vengono immessi nel suolo favoriscono queste problematiche. Si parla molto di dieta mediterranea per il benessere ma, nonostante questo, le statistiche confermano che ci ammaliamo molto presto: viviamo più a lungo, è vero, ma a quarant’anni abbiamo già bisogno del medico.

A. Pepa

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