Euroinomani

E adesso ridateci indietro la nostra sovranità.

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All'indomani della rivoluzione francese, volendo chiudere i conti con un passato ritenuto oscurantista, fatto di assolutismo, povertà, analfabetismo e superstizione, i rivoluzionari illuministi abbatterono le statue di Notre Dame per trasformare la Cattedrale cristiana in un Tempio della Ragione

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Il tempo è un galantuomo implacabile e fa sempre giustizia dei vizi privati e delle pubbliche virtù. Così l'affossamento dello ius soli, giunto dopo settimane di solenni promesse del Governo, sempre accudito dalla pedagogia dell'intellighenzia, stupisce solo per la nonchalance con la quale i cosiddetti “buoni”, mossi da mere preoccupazioni elettorali, si sono messi a fare tutto

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Ma quale governabilità! La finanza internazionale ora tifa apertamente per l'instabilità che giudica lo scenario più congeniale all'attuazione della contro-rivoluzione neo-liberista. No, non sono i soliti deliri complottisti di un euroscettico affetto oltretutto da spiccate tendenze no-global. Questa volta, infatti, a dirci di preferire il caos istituzionale (ordo ab chao)

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E' tipico dell'essere umano apprezzare ciò che si aveva solo quando lo si è perduto. Sarà forse per questo che ancora una volta mi sorprendo a riflettere su un Paese che non ho più, ma che non riesco a dimenticare.

Era l'Italia della lira, del pentapartito e delle tangenti, un Paese affetto da debito pubblico, corruzione, mafia, familismo, clientelismo e burocrazia. 

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Il modello economico dominante, col quale politici collaborazionisti o semplicemente sciocchi stanno cercando di violentare anche il nostro Paese, non concede alternative logiche: “privato” è giusto, efficiente e funzionale mentre “pubblico” è sbagliato, inefficiente e disfunzionale.

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Ci risiamo. E con le stesse, terribilmente banali, modalità. Un altro manipolo di questi nostri ospiti ingrati (e anche se gli attentatori fossero nati in Europa non cambierebbe nulla perché in tal caso dovrebbero gratitudine per l'ospitalità data ai loro padri) salta su un furgone, individua un viale affollato, schiaccia l'acceleratore e falcia quanti più infedeli riesce a falciare. Colpiscono nel mucchio perché nessuna dell

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Cari lettori, ve lo confesso: a dieci anni dalla crisi economica peggiore della storia del capitalismo, non riesco più a sopportare le divagazioni della sinistra italiana che accuso di avere tradito consapevolmente i lavoratori e, con essi, la propria unica, vera e tuttora indispensabile vocazione storica.

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Quando sette anni fa, in tv, con l'amico Gianluigi Paragone proponemmo una contro-rivoluzione sovranista del pensiero politico ed economico, gli europeisti che frequentavano la nostra trasmissione sorridevano commiserevoli. Ci consideravano degli eccentrici innocui. Ci lasciavano dire, aprivano sconsolati le braccia e scuotevano platealmente il capo. A posteriori credo di aver capito le ragioni di tanta sufficienza che allora mi indispettiva più di quanto oggi mi consoli vederli in balia della loro stessa ideologia: si sentivano dalla parte giusta della storia

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La nostra Costituzione, nella sua inequivocabile chiarezza, non lascia margini di dubbio: “l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. C'è la rappresentazione della solidità nella scelta di questo verbo, familiare al grande architetto così come al più umile dei muratori. L'Italia, ci dicono in realtà i padri costituenti, è una Repubblica democratica perché e fino a quando si fonda sul lavoro. Senza il lavoro, insomma, non si regge la Repubblica e vacilla la democrazia.

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Oggi vorrei parlarvi di come il popolo italiano sia stato educato ad accettare, quando non addirittura ad invocare, le tecnocrazie che l'hanno ridotto nelle attuali condizioni di impoverimento