Pensare altrimenti

Pensare altrimenti

La mondializzazione capitalistica si presenta, a ben vedere, come americano-centrica essenzialmente per due ragioni: in primo luogo, perché universalizza la subcultura americana del consumo nichilista e della frammentazione individualistica legata al progetto cool e trendy del liberal-libertinismo edonista, il nuovo totalitarismo glamour e permissivo.

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L’immigrazione di massa voluta dai signori apolidi del sistema global-elitario e delle banche d’affari internazionali deporta in un’Europa scientemente sottoposta al processo di “terzomondizzazione” masse di nuovi schiavi disposti a tutto pur di esistere e privi di coscienza di classe e di memoria dei diritti sociali.

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Nel quadro dell'odierno neo-colonialismo occultato e incensato come “interventismo umanitario” deve essere letta, tra l’altro, la normalizzazione euro-atlantica delle aree dell’ex Unione Sovietica, nel frattempo sprofondata nell’abisso post-1989. L’espansione della NATO a Est avvenne per il tramite dell’adesione all’Alleanza atlantica, instrumentum privilegiato dell’imperialismo geopolitico alla mercè degli interessi del capitalismo finanziario della monarchia a stelle e strisce, da parte delle repubbliche ex-sovietiche di Georgia e Ucraina, successivo a quello del 2004 dell’Estonia, della Lettonia e della Lituania.

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Perché una vera opposizione deglobalizzante al capitale liquido-finanziario possa prendere forma occorre vincere l’agorafobia e il pensiero unico. Occorre riconquistare anzitutto la sovranità mentale e avventurarsi alla ricerca di nuove sintesi che prendano congedo da quella dicotomia di destra e sinistra che, oltre a contrapporre in orizzontale gli sconfitti del mondialismo, impedisce l’emergenza di nuove composizioni politiche nazionali e patriottiche a vocazione socialista e internazionale, comunitaria e solidaristica.

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Abituarsi a non trovare normale tutto ciò che accade. Potrebbe così condensarsi, con le parole di Bertolt Brecht, la formula magica del pensiero critico. Soprattutto in tempi di omologazione coatta come quelli in cui, nostro malgrado, stiamo vivendo: tempi in cui l'inimmaginabile è fatto passare per plausibile, quando non per benefico.

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A Milano una scuola ha deciso di "cancellare" il Natale. Rimosso, di punto in bianco. Così sull'invito promosso dalla scuola: "Festa delle Buone Feste". Avete letto bene. La neolingua ha ribattezzato il Natale "festa delle buone feste" (sic!).

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La neolingua del pensiero unico la chiama “democrazia”, quando in verità la nuova società globalizzata si presenta come una blindatissima oligarchia di miliardari dell’upper class apolide e sradicata delle global cities di Nuova York e di San Francisco, avallata elettoralmente da plebisciti composti da cittadini dimidiati (e ridefiniti come consumatori),

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Nel suo capolavoro, “La congiura di Catilina”, lo storico Sallustio utilizzava scientemente forme del latino arcaico: ad esempio, “optumus” in luogo di “optimus”. Lo faceva con il preciso intento di opporsi anche linguisticamente alla decadenza dei tempi in cui si trovava a vivere, di cui era spietatamente critico. Sulle orme dell’antico Sallustio, è arrivato anche per noi il momento dell’indocilità ragionata e della disobbedienza meditata. Anche sul piano linguistico.

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Per il moderno soggetto anticomunitario, vittima dell’“ateismo nel mondo etico” (Hegel) e solerte curatore del proprio interesse individuale nel più irresponsabile sgravio di responsabilità verso il resto del mondo, sembra oggi valere come punto di riferimento valoriale supremo quello a suo tempo sottolineato dallo scozzese David Hume:  un graffio al proprio dito è da considerarsi ben più grave rispetto all’eventuale distruzione del mondo intero.

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“Un’esperienza di lavoro in Europa. Borsa di mobilità professionale”. Così possono leggere in questi giorni i cittadini di Firenze in giro per la città che fu di Dante e di Machiavelli e che ora pare essersi liberata da questi polverosi spiriti del passato e “aperta” al mondialismo sans frontières. Le vie dell’ideologia e della neolingua liberista sono infinite.