Temi dell'Agorà / Humus

Una mattina mi son svegliato, e ho trovato l'invasor

pubblicato il 13 Febbraio 2018

"È il cuore del Piemonte, quello aspro e severo come solo la montagna sa essere e non è davvero un posto per tutti. È uno di quei posti dove vai solo per due motivi: o per lasciare il rumore del mondo, oppure per combattere". G. Ruotolo

Montoso, località a metà strada tra Cuneo e Torino, è davvero “il cuore del Piemonte, quello aspro e severo”. Nelle parole del partigiano che aprono questo articolo, viene rimarcato che vi si può andare solo per isolarsi o per fare guerriglia. Di sicuro, non per integrarsi.

È in questo luogo che si svolse quella che Giovanni De Luna, docente all'Università di Torino, chiama la Resistenza Perfetta. Dopo l'8 settembre 1943, Montoso era diventato uno dei principali punti di convergenza per quegli ufficiali e sottufficiali antifascisti, soldati sbandati, giovani renitenti alla leva, gente stanca della guerra e sfollati dalla città che decisero di prendere le armi in difesa della propria patria. La Val Luserna, ben presto dichiarata Bandengebiet (zona infestata da bande) vedeva attiva la 105^ Brigata Garibaldi guidata da due grandi figure: Pompeo Colajanni (uno dei primissimi promotori delle bande partigiane) e Ludovico Geymonat (grande filosofo e intellettuale piemontese).

Chi tornasse oggi su quei monti, per rivivere in prima persona uno degli itinerari storici della Resistenza, potrebbe imbattersi in qualcosa di inaspettato, un "invasore" tanto incolpevole quanto spaesato.

Un bizzarro esperimento di integrazione ha infatti portato 16 giovani uomini – provenienti da Togo, Nigeria, Senegal e Guinea – ad essere ospitati nell'ex albergo Chamois d'or, oggi di proprietà di una società cinese. Al centro del paese, nella piazza intitolata proprio ai martiri della libertà.

Sedici migranti per trenta residenti: ogni tre abitanti di questo paesino sperduto nelle montagne del cuneese, uno è di colore. Nulla di male, ma bizzarro.

Tutto il contrario del vademecum dell'accoglienza, con buona pace delle velleità cosmetiche del sistema SPRAR, nato per gestire il fenomeno migratorio con l'idea di non concentrare richiedenti asilo e profughi in città, dentro strutture sovraffollate, ma di distribuirli sul territorio per gestirli meglio con l'aiuto di istituzioni e associazioni locali (quando ci sono, ovviamente).

La struttura per ospitare migranti dovrebbe essere “collocata in luoghi abitati, facilmente raggiungibili da servizi di trasporto pubblico al fine di favorire la partecipazione alla vita sociale e l’accesso ai servizi del territorio”. Ma come i giovani africani raccontano all'inviato de La Stampa, il paese più vicino, dove ci sono i servizi, è Bagnolo Piemonte, a 10 km di distanza.

Confessa Martin (25 anni, nigeriano): «Qui non c’è niente da fare. Vogliamo lavorare, ma non ci sono proposte». I migranti si sono mossi finora con l’autostop: «abbiamo provato a raggiungere Bagnolo chiedendo un passaggio – raccontano – per vedere com’era il paese e conoscere qualcuno: qui ci sentiamo soli».

Qualcuno dirà che li abbiamo mandati in villeggiatura "con i soldi nostri". Ma la verità è ancora più fastidiosa, e dovrebbe farci arrabbiare molto di più.

Con le case degli altri son tutti bravi a predicare l’accoglienza, e come accade sempre più spesso (in Piemonte e in altre regioni italiane) i richiedenti asilo vengono spediti in una località turistica dove "non nevica firmato", dove il residente è l'operaio Fiat o il medio impiegato che – dopo una vita di sacrifici, nell'epoca d'oro della prima repubblica – è riuscito a comprarsi un monolocale in cui trascorrere i weekend. E che, come è naturale, reagisce con preoccupazione di fronte all'ennesima svalutazione del proprio immobile.

I soliti benpensanti condanneranno questi rozzi villeggianti come xenofobi, retrogradi e razzisti. Tuttavia, cianciare di accoglienza vivendo in collina e pontificando dalle terrazze del Sestriere è un gioco facile, che la sinistra conosce bene.

Come sempre la regola è: immigrati sì, ma per favore non tra i piedi. Una “incondizionata” solidarietà nei confronti dell’immigrato immaginario, purché quello in carne e ossa non entri a casa nostra.

I radical chic amano i profughi, purché non vadano a Capalbio. Ci spiegano che è dovere di tutti accogliere, ma stranamente il loro buonismo ciarliero si scarica esclusivamente sulle spalle di chi vive in posti di per sé periferici e già problematici.

Come diceva la canzone, "lontano dagli occhi, lontano dal cuore". Il centro del sistema allontana da sé il problema, ed esorcizza le difficoltà e le inquietudini che genera nei ceti popolari ricorrendo all’onnipresente armamentario politicamente corretto.

Se li portassero al Sestriere, nelle stesse proporzioni? Assisteremmo alla stessa svalutazione degli immobili che stanno subendo queste piccole località turistiche, e al sorgere di “barricate xenofobe” erette da esponenti imbellettati della gauche caviar.

E questo sì, sarebbe davvero bizzarro.

A.

Condividi questo articolo

Partecipa alla discussione

Articoli correlati: